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29 Maggio 2008

Narciso

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Lurida la pioggia gonfia senza ritegno l’afa che non può sciogliere. Le auto in fila sono un solco colorato nel finestrino del treno, segni di vandali sulla strada che un tempo accolse legioni vittoriose.

Dove sto andando? Da dove sono partita? Cosa ne è stato dei sogni che inseguivo?

Sfasciacarrozze e supermercati inseguono senza sosta il mio sguardo, carta vetrata sulle mie iridi. Lo squallore monta nello stomaco, la nausea si alza dal profondo.

Le nuvole là fuori ansimano.

Le risa sguaiate della Regina del Quartaccio, sordida compagna di scompartimento in questo viaggio mai desiderato svegliano in me la voglia di urlare, ma non c’è suono e non c’è confine, i pezzi cadono in me uno dietro l’altro.

Io, io in questa vita avrei potuto…se solo…

poi i freni i binari esplodono in dissonante agonia il mio corpo improvvisamente leggero si stacca dal sedile senza speranza batte duro sull’acciaio il naso che si spezza il sapore del mio sangue le orecchie colme del grido delle ruote, dell’urlo tuo, del macchinista

Chi eri? Da dove eri partito? Cosa ne è stato dei sogni che inseguivi?

Ora il tuo sangue è sparso dove in un giorno lontano marciavano sicuri i centurioni, le tue membra scomposte e immemori delle vite che hai sfiorato sono sale sulla mia lingua. Ti odio Narciso e ti disprezzo, superbo tu, invadente nel Suicidio, ti odio anche se mi hai liberata anche se infine la pace mi abbraccia.

Il mio respiro rallenta.

Da qualche parte al di là delle palpebre chiuse sento il pianto del macchinista.

8 Gennaio 2008

Esterno giorno

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Esterno giorno in primavera, sole e sangue. Ossa spezzate. La voce di una bambina rotta dai singhiozzi.

- Ti prego. Ti pregooooooooo! Ti prego n….

Il tuo sorriso è carezza sul mio basso ventre, sei come carne putrida nei mille occhi di una mosca. Le tue labbra umide. I tuoi capelli. L’idea di toccarti e distruggerti mi scava nel profondo. La brama di strapparti i capezzoli inietta i miei occhi di sangue, succhia tutta la mia saliva e il cuore batte indemoniato e non mi importa più di avere settantasei anni. Non mi importa nemmeno che tu ne abbia nove.

-

(continua…)

9 Dicembre 2007

La Luna

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“And when I’m walking a dark road
I am a man who walks alone”

La morte mi avvolge come il gelo la pioggia. La sera è profonda, la luna racconta storie perverse. La cerata nera è un sudario sulle mie spalle, gli stivali arrancano nel fango. Le mie mani rosse del ghiaccio di dicembre stringono appassionate la vanga. La terra ti copre da poche ore Isabella: terra bagnata e molle, l’odore di pioggia mi fa già assaporare la tua pelle fredda. Cammino lungo i vialetti del cimitero, i lumi delle tombe mi fanno da guardia. Poi la tua lapide Isabella…la tua lapide grigia. Il vento e la pioggia la accarezzano, scavo nella terra. Non si può morire a diciotto anni. Isabella io e te e la nostra infanzia spesa ad inseguirci sui prati, fiori rossi Isa, rotolavamo nell’erba e nel rosso e ridevamo. Ricordi? Ora l’acqua scende, dal cielo e non ha pietà Isabella, mentre la vanga rimuove il peso che ti schiaccia le tue immagini tornano nella mia mente. Ci volevamo bene io e te io ti accarezzavo eri così bianca, tu ti guardavi in giro perché avevi paura che qualcuno ti vedesse con me, che i dottori dicevano ero ritardato. La buca ormai è profonda, l’odore della terra nelle narici, respiro il freddo mentre spunta la tua bara. Ti ricordi il Luna Park? La notte era chiara e tu avevi bevuto, Isa-bella bionda io pensavo di essere in cima alla montagna io pensavo di pisciare giù sul mondo. Le mie braccia tremano mentre sollevo il coperchio, sei bella, sei bianca Isabella, il tuo collo ha segni viola ma a me piaci così. Ti abbraccio. Quella sera e il Luna Park, Isa, quel tuo sorriso imbarazzato mi hai detto che io non ero il tuo ragazzo che eravamo solo amici che abbracciarsi e darsi due baci non vuol dire niente che…sollevo la tua testa, sai di terra Isa mentre ti bacio ancora. Ma quella sera mi hai fatto tanto arrabbiare, eravamo soli sulla stradina di fango, i tuoi occhi erano verdi e tu mi dicevi che non ci potevamo sposare mai. Mai…MA ORA COSA SONO QUESTE LUCI ISA QUESTI RUMORI CHI E’ CHE GRIDA DI ALZARE LE MANI, IO SONO SCAPPATO QUELLA SERA DOPO CHE MI AVEVI FATTO ARRABBIARE DOPO CHE TI AVEVO STRETTO LA GOLA AMORE MI METTONO LE MANETTE AMORE URLANO TUTTI PERCHE’? PERCHE’?

Piango in macchina con i signori poliziotti, piango perché ti ho uccisa. Perché ero tanto arrabbiato perché ti ho stretto la gola e poi me ne sono andato come niente fosse, perché ti amavo, perché quando è arrivato quel tizio non mi sono voltato perché tu gridavi aiuto ma io avevo paura Isa, anch’io come te e mentre tu morivi io camminavo nel fango.

6 Dicembre 2007

Il cuore di Carmelo

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Le gomme bruciano l’asfalto, divorano la strada. Due sagome nere incidono nel vento una scia scura, si inseguono a perdifiato verso un’unica rossa e palpitante meta. Il cuore di Carmelo.

La casa è una boa di mattoni in un oceano di colline nude, una brezza nervosa fa tremare i panni nel cortile: macchie colorate nelle iridi scure di Anna, immerse nelle nuvole che passano davanti alla finestra della cucina.

Anna è innamorata, oggi e da sempre.

(continua…)

22 Novembre 2007

Zanardi

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Bologna, Ferragosto 2006. Una città fantasma, uno stato d’animo particolare. Due righe scribacchiate su un taccuino, che Emma mi ha ricordato con il suo post su Pazienza.

Zanardi

Sotto i portici deserti della Bologna di Ferragosto non c’eri più nemmeno tu, Zanna, eppure ti ricordi quante ne abbiamo fatte insieme.

Sotto il sole spietato e nel silenzio irreale, ho cercato nelle piazze e lungo i viali dell’Università: ma dei giorni passati a ritrovare il male, solo i volantini dimenticati sulle bacheche sembravano conservare la memoria.

Però tanto lo sai che alla fine ci rivedremo, Zanna, per ridere ancora di mille feste pagane, per brindare con il sangue dei nostri bottini, per un poker e per un Jack Daniel’s e per scoprire

CHI ERAVAMO

19 Novembre 2007

I nani

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Vivevo tranquillo e beato finché non sono arrivati i nani. Piccoli, fottutissimi, bastardi nani negri. Mi hanno succhiato ogni voglia di vivere, bevono il latte dal mio frigorifero. Figli di troia! Da quando mamma non vive più qui hanno cominciato ad aggirarsi per casa come se non gliene fregasse nulla. Alti che so, sessanta centimetri? Più il cappello bianco a cono? Strafottenti e senz’altro incuranti di causarmi fastidio e ripugnanza. La mattina me ne sto sulla tazza e me li trovo davanti, in due o tre a saltare e litigare, a urlare assordanti, srotolando la carta igienica (che a me serve) e ridacchiando puzzolenti. La notte vado a coricarmi, e proprio quando sto per prendere sonno, i piccoli bastardi entrano in processione nella stanza, emettendo suoni osceni, saltando ignudi sul letto, gridando canzonacce così da non farmi addormentare. Addirittura ieri sera mi accingevo a consumare la mia cena, ed ecco giungere in sala da pranzo un drappello di nani bavosi! Si mettono in fila e mi mostrano le chiappe negre, guastandomi come è ovvio l’appetito. Devo pensare a una soluzione. Finora sono sempre rimasti nascosti in casa, ma presto potrebbero saltare in macchina e mettermi in imbarazzo sul lavoro. E questo non lo posso permettere.

(continua…)

12 Novembre 2007

Ossa

Archiviato in: Racconti, Scrittura, offender — offender @ 23:43

Le mie ossa reggono poca carne e troppi tatuaggi, le vene scolpiscono le mie mani coperte d’oro. La tempesta si avvicina come il marciare dei miei ricordi, immagini perdute che non so più dove ho lasciato. Trascina e soffia dentro di sé foto e dischi e articoli di giornale, tette morse e dimenticate in quarant’anni di orgasmi e agonia. Oltre le vetrate le luci della città ridono sguaiate attraverso i miei lunghi capelli grigi. Il vento annusa i muri di questa villa, sbatte contro i vetri le memorie degli anni sessanta. Lucidi scorci di un cervello bagnato di droga, di un milione di labbra abbandonate, dei pavimenti che bollivano di LSD.

Chi avrebbe scommesso che sarei stato l’ultimo a reggersi in piedi? Butto giù un altro bicchiere. Mi alzo e la vodka pulsa nelle mie gambe, avanzo nel salone, i muri coperti di dischi dorati e di ingordigia. I vetri fremono e ansimano mentre il vento li violenta, la stanza vibra, vomita immagini di orge forsennate, di amici perduti, di condoglianze gelide spedite lontano.

Ragazzo, tu sei ancora in piedi. Tu sei ancora vivo, mentre schiere di volti Riposano In Pace.

La tempesta spalanca le finestre, la pioggia mi schiaffeggia mentre danzo solo. Litigo scherzoso con l’acqua e con l’aria, nuoto nel gelo come una strega morente, in fondo al salone una porta di noce. La bufera ha conquistato ormai la casa, i tappeti sono fradici sotto i piedi nudi, una maniglia dorata, il sussurrare dei cardini, poi una culla intrisa di silenzio.

Chiudo gli occhi, non serve che i neon vengano a incendiare la stanza, in ginocchio accarezzo tutte le mie chitarre. Vedo passare arene urlanti, piccoli e fumosi locali tumulati nel sepolcro dell’adolescenza. E poi lei piccola si sdraia nelle mie mani e un fiume di note mi invade immemore di ciò che è stato. La sfioro incerto ed eccitato come quel giorno di mille anni fa, quando tutto era ancora grande, quando tutto era da cantare, quando il vento portava solo buoni odori.

E mentre la tempesta si sbatte lontana, io abbraccio lei e comincio a suonare piano.

11 Novembre 2007

Amarcord

Archiviato in: Racconti, Scrittura, offender — offender @ 18:11

I Navigli d’autunno appassiscono piano, non vogliono arrendersi all’abbraccio dell’inverno. La veranda del locale riscaldata dai funghi a gas è un’isola di tavolini e divanetti colorati. Aspiro fumo dalla mia Lucky Strike.

Una cameriera dal trucco pesante e dall’aria annoiata trascina il culo fino al mio tavolo. Deve essere nuova, perchè qui non l’ho mai vista. Mi guarda come una cameriera guarda all’una di notte l’ultimo cliente. Per di più un fottuto carabiniere.

- Una caipiroska, grazie.

Culo Annoiato si allontana senza proferire parola.
(continua…)

28 Ottobre 2007

Pasqualina

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La cintura fa più male delle mani papà. Male sul culetto papà ti prego basta. Ti. Prego. Basta. Prego papà.

- Ummmmfff! Hahhhhh….Ummmmfffff!

Non hai più forze papà basta picchiare per favore basta sento tanto male basta ti prego.

Nunzio mi chiamo, come mio nonno che è morto a settant’anni e io settanta ne ho. Anche lui come me lo prendevano in giro perché era tanto grande e grosso. Faccio il portinaio, pulisco la merda degli altri e firmo raccomandate. Nunzio è il mio nome, Pasqualina era il suo prima che se ne andasse. Me l’ha portata via il cancro. Al cervello. Mi diceva, Nunzio, e poi gngngngngnngn si incantava come un disco rotto. Quando è morta, nessuno dei signori del palazzo si è presentato al funerale. E ora sono solo. Solo e domani me ne vado in pensione, il portinaio nuovo è arrivato stamattina, già gli ho fatto vedere tutte le cose. Pasqualina perdona a Nunzio, in pensione cosa ci vado a fare? Perdonami Pasquali’.

(continua…)

21 Ottobre 2007

Leggere e scrivere

Archiviato in: Racconti, Scrittura, offender — offender @ 22:22

Durante il weekend riflettevo su come l’impatto che ha uno scritto (nel mio caso un racconto) su chi lo legge sia talvolta del tutto inaspettato. Alcuni miei racconti dei quali sono piuttosto soddisfatto piacciono poco a molte persone a cui li faccio leggere; alcuni pezzi che piacciono poco a me risultano invece piuttosto graditi. Il racconto “Jazz Club”, che ho scritto tempo fa e che ho appena aggiunto alla sezione “Vecchie (?) Storie” nella barra laterale, è uno di quelli di cui non sono assolutamente convinto. Voi che ne pensate?

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