Uhm…al vecchio Keith mi sa che ha fatto male poco…long live Keith! E lei ha una voce, ragazzi…
Uhm…al vecchio Keith mi sa che ha fatto male poco…long live Keith! E lei ha una voce, ragazzi…
Vorreste leggere: Preferite:
A) I racconti brevissimi, tipo “Nuvole”
B) I racconti brevi, come “Pasqualina”
C) I post a metà tra il racconto e la poesia, in stile “Ossa”
D) Da quando scrivi racconti?
Immaginate una sera a Milano negli anni novecentonovanta. Le luci di Brera sorridono alla notte e all’estate, la gente è uno sciame colorato e chiassoso per le strette vie del quartiere. Immaginate di trovarvi in una qualsiasi di queste strade, o se proprio siete pratici della zona, immaginatevi Via San Carpoforo. La porta di uno dei tanti locali notturni si spalanca improvvisamente, e ne esce una lei circa venticinquenne dalla lunga chioma nera, in tacchi alti e visibilmente incazzata. Segue a ruota un lui circa trentenne, il cui look ci suggerisce che sia approdato nella sua serata direttamente dall’ufficio, anche se il caldo ha già parzialmente sciolto il nodo della sua cravatta. E’ evidente che i due stanno bisticciando da un po’, ma mica possiamo avvicinarci troppo per origliare. Fra le chiacchiere dei passanti e la musica proveniente dai locali, afferriamo però qualche brandello di conversazione.
Me ne vado senza salutare? Buon weekend a tutti, ci si vede lunedì :-)
Bologna, Ferragosto 2006. Una città fantasma, uno stato d’animo particolare. Due righe scribacchiate su un taccuino, che Emma mi ha ricordato con il suo post su Pazienza.
Sotto i portici deserti della Bologna di Ferragosto non c’eri più nemmeno tu, Zanna, eppure ti ricordi quante ne abbiamo fatte insieme.
Sotto il sole spietato e nel silenzio irreale, ho cercato nelle piazze e lungo i viali dell’Università: ma dei giorni passati a ritrovare il male, solo i volantini dimenticati sulle bacheche sembravano conservare la memoria.
Però tanto lo sai che alla fine ci rivedremo, Zanna, per ridere ancora di mille feste pagane, per brindare con il sangue dei nostri bottini, per un poker e per un Jack Daniel’s e per scoprire
CHI ERAVAMO
Vivevo tranquillo e beato finché non sono arrivati i nani. Piccoli, fottutissimi, bastardi nani negri. Mi hanno succhiato ogni voglia di vivere, bevono il latte dal mio frigorifero. Figli di troia! Da quando mamma non vive più qui hanno cominciato ad aggirarsi per casa come se non gliene fregasse nulla. Alti che so, sessanta centimetri? Più il cappello bianco a cono? Strafottenti e senz’altro incuranti di causarmi fastidio e ripugnanza. La mattina me ne sto sulla tazza e me li trovo davanti, in due o tre a saltare e litigare, a urlare assordanti, srotolando la carta igienica (che a me serve) e ridacchiando puzzolenti. La notte vado a coricarmi, e proprio quando sto per prendere sonno, i piccoli bastardi entrano in processione nella stanza, emettendo suoni osceni, saltando ignudi sul letto, gridando canzonacce così da non farmi addormentare. Addirittura ieri sera mi accingevo a consumare la mia cena, ed ecco giungere in sala da pranzo un drappello di nani bavosi! Si mettono in fila e mi mostrano le chiappe negre, guastandomi come è ovvio l’appetito. Devo pensare a una soluzione. Finora sono sempre rimasti nascosti in casa, ma presto potrebbero saltare in macchina e mettermi in imbarazzo sul lavoro. E questo non lo posso permettere.
35 anni di carriera sembravano così leggeri sulle vostre spalle, ragazzi. Energici, coinvolgenti, entusiasti. Freschi e spontanei come una banda di sbarbati in sala prove. Persone e non personaggi anche sul palco.
“Sei pronto Mussi?”
“Sì, te sei a posto?”,
“Sì, un, due, tre…”
E come sempre mostruosamente bravi, anche oggi che non si usa più suonare bene. Grazie Franz, Franco e Patrick.