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20 febbraio 2010

Per Elisa (II)

Filed under: offender,Racconti,Scrittura — offender @ 18:37

Attenzione!

Per la prima parte della storia cliccare qui

Parte Seconda:
Il Quarto Uomo

Luglio 2009


IX.

Angela cammina da sola in mezzo a un immenso prato. E’ notte e il cielo è pieno di stelle. Avanza piano reggendo fra le mani un bicchiere colmo di aranciata. Deve trovare Elisa, Elisa ha sete e ha bisogno di bere. Ma la distesa d’erba è un deserto infinito senza nome né confine e Angela ha camminato tanto ed è stanchissima e la sua gola è secca. Il bicchiere è fresco nelle mani, l’aranciata frizza invitante. Elisa, non ce la faccio più a camminare, dove sei? Angela si ferma. Guarda il bicchiere che è diventato enorme, come un secchio trasparente e traboccante. Che male c’è se ne bevo un po’? Ce n’è abbastanza per tutte e due. Angela chiude gli occhi e comincia a bere a grandi sorsi, l’aranciata scorre a fiumi nella gola ed è buona e fresca (è quella dei grilli!) e lei si sente forte e viva. Scosta il bicchiere dalla bocca e mentre si lecca dalle labbra le ultime gocce, dietro di lei una mano gelida le sfiora le gambe.
– Angela, mi hai portato da bere?
Angela non sa perché, ma ha tanta paura. Apre gli occhi e l’erba è scomparsa, lasciando il posto a un’arida distesa di sabbia. Nelle sue mani il piccolo bicchiere è vuoto. La voce dietro di lei è sofferente e roca.
– Ho tanta sete e la cometa non arriva.
Angela si volta e lo stomaco le si riempie di terrore. Elisa la guarda con orbite vuote. I capelli impiastricciati di sangue raggrumato sono scomposti sul cranio sfondato. Angela cerca di urlare ma non esce suono, la bambina tende verso di lei le manine, le braccia sono coperte di tagli e lividi.
– Non è avanzato niente per me?
Le piccole dita di Elisa le afferrano le cosce e penetrano ghiacciate nella carne.
– Tu sei scappata, ma lui ti cerca ancora.
Angela spalanca la bocca

e balza a sedere, un grido di orrore le esce finalmente dalla gola. Allunga un braccio nel buio, la mano annaspa sul comodino e il cellulare e il posacenere cadono fracassandosi sul pavimento, poi la lampada alla fine si accende e per un attimo Angela è sicura di vedere Elisa seduta sul letto, la veste bianca macchiata di sangue, il volto tumefatto, finché il sogno si dissolve e il terrore si scioglie nelle lacrime.

X.

Angela è seduta in accappatoio sul balcone del suo appartamento e osserva le luci della città dietro la brace della sigaretta. L’aria estiva è una carezza nei suoi capelli bagnati, ma la doccia non è servita a lavare via l’angoscia. Da qualche parte, un campanile batte le tre del mattino. Angela alza gli occhi verso il cielo. Non ci sono molte stelle stanotte, Elisa. Non ci sono state più stelle come quella notte. La sua mente torna al titolo sul giornale che l’ha colta di sorpresa quasi venti ore prima, mentre gustava tranquilla un cappuccino seduta nel bar sotto casa. L’articolo era affogato nelle notizie di cronaca, a fondo pagina.

Morta a 86 anni Suor Michela Moretti
La religiosa, direttrice dell’orfanotrofio balzato alla cronaca negli anni ’80 per la tragica vicenda della piccola Elisa Sormani, si è spenta lunedì mattina dopo una lunga malattia. L’annuncio del decesso è stato dato da Suor Letizia Casale, che ha gestito l’istituto insieme alla consorella per quasi un trentennio. Suor Letizia ha anche dichiarato che l’orfanotrofio, che ospita attualmente solo tre bambine, verrà chiuso nelle prossime settimane, come da tempo annunciato, e le piccole trasferite presso un’altra struttura. Nell’autunno del 1985…

L’articolo continuava con una breve descrizione del rapimento e dell’assassinio di Elisa e con il messaggio di condoglianze del vescovo, concludendosi con la data delle esequie, fissate due giorni dopo. Angela veniva citata come “la compagna di stanza”. L’autore del pezzo non faceva il nome di nessuno degli agenti coinvolti all’epoca nelle indagini, ma dava risalto alla figura del “quarto uomo” e al fatto che non fosse mai stato catturato. Angela chiude gli occhi espirando fumo.

Come se non me lo ricordassi, che quel figlio di puttana è ancora in giro da qualche parte. Del resto ci pensi sempre tu Elisa, a rinfrescarmi la memoria nelle tue visite notturne. Dio santo, devi essere incazzata veramente tanto con me, dovunque tu sia. Non che io non ti capisca, eh. Non so se adesso faresti il medico, come raccontavi alle coppie che venivano in visita, o l’avvocato come quella cretina della tua compagna di stanza o che altro. Ma di sicuro saresti tu a chiamare papà e mamma quei due signori anzianotti che abitano in centro e che mi hanno dato tutto quello che doveva essere tuo. Certo loro non avrebbero avuto bisogno di mettere settecento chilometri fra te e l’orfanotrofio, né di spendere una fortuna in psichiatri. E non si sarebbero fatti tutte quelle notti in bianco, quando mi svegliavo urlando e mamma mi teneva fra le braccia e cercava di convincermi che non ti avevo uccisa io, che tu non eri arrabbiata con me e che l’uomo nero non poteva farmi del male. E in questi ventiquattro anni me lo sono ripetuto io stessa un milione di volte, che se mi fossi fermata a svegliarti, probabilmente quello stronzo che poi si è impiccato in carcere ci avrebbe prese entrambe. Che sicuramente il branco di pazzi assassini aveva preso di mira una stanza a caso e che al “quarto uomo” di me non gliene poteva fregare di meno. Però col cazzo che sono mai riuscita a liberarmi veramente di lui. Quando vado a letto la prima volta con un uomo, o qualcuno in spiaggia mi chiede da accendere, il mio sguardo cade sempre sul petto a cercare quel pentacolo di merda con cui i giornali andavano a nozze. E anche tu Elisa ogni tanto ti arrampichi su per il pozzo in cui ho gettato le mie paure di bambina: al tuo compleanno, a Natale, quando sento qualcuno parlare della Cometa di Halley. Sempre con addosso quella tunica bianca con cui immaginavo ti avessero messa nella bara e con la testa spaccata come aveva spiegato l’ispettore alle suore quando era venuto a dire che ti avevano trovata. Io stavo con l’orecchio attaccato alla porta e sentivo la voce di Suor Michela che parlava cercando di non piangere. E adesso lei non c’è più. Mamma oggi al telefono mi ha detto che dovrei andare almeno al suo funerale, visto che non ho mai avuto il coraggio di tornare a trovare lei e Suor Letizia e nemmeno di venire a mettere un fiore sulla tua tomba. E io mi sono incazzata perché lei aveva ragione, perché in fondo l’ultimo atto di coraggio di Angela Orsini è stato alzarsi di notte sfidando il coprifuoco, passare in punta di piedi davanti alle stanze delle suore e uscire in giardino per aspettare una stronza cometa che non si sapeva quando sarebbe passata. E ora amica mia, la nostra casa chiuderà per sempre e quel giardino si riempirà di erbacce e le stanze dove abbiamo giocato, mangiato e sognato verranno coperte dalla polvere e dalle ragnatele, e cazzo io non voglio rimanere seppellita lì con te!

Angela si accorge di stare piangendo. La sigaretta si è consumata tra le sue dita. Lancia il mozzicone nel vuoto e si asciuga il viso con il dorso della mano, poi sente se stessa pronunciare a voce alta:

– Io sono viva Elisa. E sono stanca di avere paura.

XI.

Valeria è una ragazza alta e prosperosa, con uno scorpione tatuato sul collo e la stessa faccia da stronza che aveva a nove anni, ma che per qualche motivo adesso mi sta simpatica. Da ragazzina ha girato svariati istituti per minori, fatto ingrigire prematuramente i capelli di tre coppie di genitori adottivi e scontato due anni di riformatorio. Quando ha saputo che faccio l’avvocato mi ha chiesto di lasciarle il biglietto da visita, ché “non si sa mai”, e io sono scoppiata a ridere. Da qualche anno è tornata in paese e ha aperto un tattoo shop. Melissa è bassa e tonda ed è incinta di sei mesi. Quando mi ha vista mi ha detto che assomiglio a Uma Thurman. Abita a pochi chilometri dall’orfanotrofio ed è venuta con il marito, un tipo calvo e viscidino che non mi piace molto, l’ho anche beccato un paio di volte a sbirciare le tette di Valeria. Nessuna delle altre bambine dell’85 si è presentata e di loro si sa poco o nulla. Melissa ogni tanto sente Roberta che vive in Germania con la sua ragazza! La notizia ci ha fatte sorridere. Comunque quando ci siamo incontrate in giardino in mezzo a tutta la gente ci siamo abbracciate e Valeria ha preso per il culo Melissa perché aveva i lacrimoni agli occhi dalla commozione. Certe cose non cambiano mai. Il momento clou però è stato l’incontro con Suor Letizia, che ha quarantasette anni ma è in forma smagliante e ha ancora il fisico asciutto di quando era ragazza. Ci ha baciate tutte e tre e ha ringraziato il Signore per la nostra presenza. Ci ha fatte ridere e piangere raccontando che Suor Michela, la sera prima di morire, ha voluto che lei le preparasse le sue leggendarie melanzane alla parmigiana. Al funerale c’era molta gente e anche se l’occasione era triste, sembrava che lo spirito gioioso e buontempone della vecchia suora pervadesse tutti. Solo le ultime tre bambine rimaste nell’orfanotrofio sembravano un po’ frastornate e mi hanno fatto pena. Dopo la cerimonia le hanno caricate su un bus del comune per trasferirle in un istituto in città. Melissa è tornata a casa subito perché si sentiva stanca, ma io e Valeria siamo andate con Suor Letizia a visitare la tomba di Elisa. Siamo restate lì qualche minuto senza dire nulla ed è stato meno difficile di quanto pensassi. Uscendo dal cimitero Suor Letizia mi ha sorriso e mi ha detto che questa volta non ce l’avrebbe fatta a prendermi in braccio e portarmi via. Io mi sono ricordata di quanto le volessi bene. Poi io e Valeria ci siamo scambiate i numeri di telefono e ci siamo lasciate con la promessa di sentirci presto. Quando le ho detto che sarei ripartita domani con il volo delle dieci, lei mi ha offerto di passare la notte a casa sua, ma io l’ho ringraziata dicendo che mi ero già accordata con Suor Letizia.

Stanotte dormirò nella mia stanza.

XII.

Angela beve un sorso di vino dal suo calice. La cucina dell’orfanotrofio è molto più piccola di come se la ricordava. E’ in piedi con la schiena appoggiata alle ante della dispensa, la stessa dove tanti anni prima Giulia e Valeria avevano nascosto Ernesto. Suor Letizia è ancora seduta al tavolo dove le due donne hanno appena finito di cenare.

– Allora sei sicura di volere la tua stanza?
Angela sorride. E’ la terza volta in poche ore che risponde a quella domanda.
– Sì, Suor Letizia. Sicurissima.
La suora scuote piano la testa osservando i riflessi del vino nel calice che tiene tra le mani.
– Nessuna delle bambine ci ha voluto più dormire da quella notte.
Per un attimo il silenzio avvolge la cucina. Oltre la porta a vetri, la sala del refettorio è avvolta nell’ombra. Angela pensa che probabilmente le sue luci non si accenderanno più.
– Non mi aspettavo di vederti oggi, sai?
– Lo immagino. Nemmeno io mi sarei aspettata di venire.
– E cosa ti ha fatto cambiare idea?
Angela fa un lungo sorso ripensando all’incubo di due notti prima.
– Penso di essere semplicemente stanca di scappare. Capisce?
– Ti capisco benissimo, Angela.
– Suor Letizia, lei è mai riuscita a chiudere con la storia di Elisa?
– Credo proprio di no.
– Beh, io penso che sia ora dopo tutti questi anni.
La suora fissa un punto nel vuoto, assorta nei suoi pensieri. Angela si accorge di non avere mai capito quanto fosse stato difficile per lei e per Suor Michela. Quando sei bambino pensi che i grandi siano indistruttibili.
– Mi scusi, Suor Letizia.
– Non ti preoccupare, cara.

XIII.

Angela fuma una sigaretta affacciata alla finestra da cui tanti anni prima un’anima buia era entrata a prendere la vita di Elisa. Sotto di lei la stretta viuzza è seppellita nell’ombra. L’aria è calda, ma il cielo è coperto e oscuro. Forse le stelle sono andate tutte via, insieme alle bambine dell’orfanotrofio. Quella notte invece erano tante, le avevo viste prima di coricarmi e avevo voglia di stare con loro ad aspettare la cometa. Dio mio Elisa, se ci fossero state le nuvole al posto delle stelle forse non sarei uscita. Forse sarei venuta con te. Angela scuote il pensiero dalla testa e butta la sigaretta. Si gira verso la stanza e per un attimo le sembra di vedere i lettini, le ciabatte, i peluche, il profilo di Elisa che dorme beata e ignara. Poi un soffio di vento entra dalla finestra abbracciandola e lei rabbrividisce sicura che le mani del meccanico stiano per afferrarle la gola. Si volta di scatto e chiude le imposte. Il quarto uomo è ancora libero, Angela. E potrebbe essere nella via qui sotto, con la sua scala, ad aspettare che ti addormenti. Il cuore le batte forte nelle tempie. Scaccia l’impulso irresistibile di andare a bussare alla porta di Suor Letizia per chiederle di ospitarla nella sua stanza. Ce la devo fare. Devo stare tranquilla. Del resto c’era da immaginarselo che non sarebbe stato facile. Angela decide che può fumarsi un’altra sigaretta anche senza aprire le imposte. Tanto questo ormai sembra più un ripostiglio che una camera da letto. A parte la branda preparata da Suor Letizia, e la lampada da tavolo sistemata sul pavimento, la camera delle due bambine degli anni ottanta in effetti ricorda da vicino un solaio o uno scantinato. Nel tempo le suore hanno riempito la stanza maledetta con vecchi oggetti che non riuscivano a buttare via, come ha fatto Angela con i suoi ricordi. Una bicicletta da bambina, arrugginita e monca di una ruota, riposa appoggiata a uno dei muri scrostati. Alla sua sinistra, una pila di vecchie riviste di cucina giace vicino a un’anziana lavatrice. Contro la parete accanto sono appoggiati alcuni pezzi di tubo, probabile residuo di qualche lavoro di ristrutturazione, e un piccolo scaffale metallico su cui sono disposte in tre file una dozzina di scatole di cartone. Angela le osserva incuriosita. Che cosa potranno mai contenere? Guarda l’orologio: mezzanotte e venti. Beh, sonno ancora non ne ho e non mi sono portata nemmeno un libro. Posa la sigaretta che stava per accendere e si dirige decisa verso le scatole. Curiosare fa meno male alla salute. Di sicuro. Forse.

XIV.

Angela è seduta a gambe incrociate sul pavimento, circondata da una montagna di vecchie e incredibilmente polverose carabattole. Sul suo volto è stampato un sorriso infantile, che insieme alla macchia di sporcizia che si è lasciata sul naso con un dito la rende particolarmente buffa. Ha trovato nell’ordine: una sua vecchia maglietta (me la appendo in camera!) che a sette anni le andava già stretta e che ora è tutta bucata e più stinta di come la ricordasse, dopo essere sicuramente passata per il guardaroba di altre due o tre bambine; la palla (sgonfia) con cui Valeria una volta aveva centrato in pieno un vaso nell’ingresso, causando una grandissima incazzatura delle suore; e anche gli occhiali da sole con la montatura di plastica blu con i quali si pavoneggiava nelle giornate estive. Ora è alle prese con la scatola del Presepe, dove oltre alla capanna, ai Re Magi e a un piccolo esercito di pecore ha trovato la Cometa. Angela se la rigira tra le mani per qualche istante, pensando all’ultimo Natale passato con la compagna di stanza. Poi la posa sul pavimento e afferra l’ultima scatola che le resta da vuotare. In cima è appoggiata una vecchia tovaglia piegata in quattro. La solleva con un gesto distratto e poi soffoca un grido. Elisa la sta guardando sorridente. E’ seduta sull’erba del giardino in jeans e maglietta, con il vento nei capelli, e tiene in braccio Ernesto. La foto che la ritrae è incollata sulla copertina di un quaderno ad anelli e sopra i colori sbiaditi dell’istantanea, nell’inconfondibile calligrafia di Suor Letizia, sono vergate a grandi lettere quattro parole e una data:

In memoria di Elisa
13-9-1985

Prende il quaderno tra le mani e lo apre. Le pagine sono cartelline di plastica trasparente, ciascuna delle quali contiene uno dei disegni che lei e le compagne avevano fatto in ricordo di Elisa nel giorno del suo funerale. Il primo è proprio il suo. Angela osserva commossa il lavoro delle sue mani di bambina. Lei ed Elisa hanno le braccia aperte: esultano per l’arrivo della cometa, che occupa praticamente tutto il cielo. Le farfalle sono coloratissime e grandi quasi quanto Ernesto. Mancano solo i grilli, e Angela sorride pensando che nemmeno ora sa come sono fatti. Le pagine del quaderno scorrono una dietro l’altra. Roberta ha dipinto con i colori a tempera una versione pantagruelica e impressionista del pranzo di Natale. Giulia ha scelto come soggetto la festa di compleanno di Elisa. Poi Angela si imbatte nel disegno di Valeria, firmato in corsivo in un angolo ed eseguito con una tecnica sorprendente per una bambina di nove anni. Nulla di strano che tu sia diventata una tatuatrice, Vale. Il disegno ritrae Elisa su un prato circondata da alcune delle compagne, tra le quali l’autrice e ovviamente Angela, riconoscibile dagli occhiali scuri con la montatura blu. Vicino alle bambine si staglia la figura alta e longilinea di Suor Letizia. Era una bellissima ragazza, lo dicevano sempre tutti. Lo sfondo è occupato da tre cime innevate. La gita in montagna! Un weekend dimenticato di venticinque anni prima torna a farsi strada nella memoria di Angela, lei ha un brivido e cerca di scacciare il ricordo perché nel suo cuore sente che viene dallo stesso pozzo in cui ha seppellito Elisa. Ma è troppo tardi: il tempo corre all’indietro veloce come un treno e in un istante la sua vecchia stanza si dissolve e i muri chiazzati di muffa svaniscono, lasciando il posto alle pareti di legno di una pensioncina di montagna, nel mezzo di una notte di tanto tempo fa.

Uff! Elisa si addormenta sempre all’istante e io resto qui da sola come una scema e fa pure freddo. Oggi però ci siamo divertite tanto a camminare sui sentieri, abbiamo incontrato anche un cerbiatto! Era piccolo, con le zampine sottili e gli occhi neri come quelli di Suor Letizia. Quando ci ha viste è scappato subito. Che peccato. E che peccato che non è venuta Suor Michela! Come al solito aveva mal di pancia e per di più arrivava una bambina nuova e lei doveva restare ad aspettarla. La montagna è bella ma il viaggio in pullman è stato lungo lungo e mi sono un po’ annoiata. Io, Elisa ed Ernesto stavamo davanti vicino a Suor Letizia e all’autista che è magrissimo e con i capelli lunghi e unti. Ha gli stivali da cowboy e la faccia tutta piena di buchi, Valeria dice che è l’acne e che verrà anche a me quando mi crescono le tette. Io non ho voglia di avere le tette. Comunque l’autista è brutto e puzza di quella cosa che beve dalle lattine con scritto pils. Ne beve tanta e poi fa tanti rutti che a me fanno schifo. Suor Letizia non gli dice niente, la prossima volta se viene Suor Michela lo sistema lei. Brrrr! Fa freddissimo in questa stanza, in orfanotrofio ci sono sempre tante coperte nell’armadio ma qui ce n’era solo una e se l’è presa Elisa. Forse Suor Letizia mi può aiutare.

Angela esce dalla stanza e comincia ad avanzare a tentoni nel buio. E’ la prima volta che dorme in una pensione. La camera di Suor Letizia è l’ultima in fondo, vicino al bagno. Giunta a qualche passo dalla porta la bambina comincia a sentire qualcosa di strano, come un ansimare a intervalli regolari. Sembra quasi che la suora si stia lamentando, forse non si sente bene. Certo che sia lei che Suor Michela sono proprio delicate, si ammalano in continuazione! Ora Angela è davanti alla soglia e oltre al curioso lamento di Suor Letizia sente anche cigolare le molle del materasso. Che succede? La bambina bussa due volte e la stanza piomba nel silenzio.
– Ch..chi è?
– Sono Angela.
Dopo qualche istante la maniglia gira e la porta si apre parzialmente. Insieme a uno spiraglio di luce, dalla camera esce l’odore di quella roba che beve l’autista. Oddio, speriamo che non abbia cominciato a berla anche la suora! Poi fa capolino il volto di Suor Letizia. In effetti deve stare veramente male. Angela non l’ha mai vista così. E’ tutta rossa in viso e i capelli sudati sono appiccicati alla fronte. Respira affannosamente e la guarda come se fosse un alieno. Poi abbozza un sorriso nervoso.
– E’ tardi cara. Come mai non dormi?
La bambina getta uno sguardo all’interno della stanza. La finestra è socchiusa e nel vetro è riflessa la porta, e insieme alla porta le gambe, il sedere e la schiena di Suor Letizia. Angela non capisce: se ne sta nuda in camera? E con la finestra aperta? Forse è per questo che si è ammalata.
– Non riesco a dormire perché ho freddo. Lei ha una coperta in più?
La suora alza gli occhi verso il soffitto e sospira.
– Sì. Aspetta qui.
La porta si chiude e si riapre dopo qualche istante. Suor Letizia allunga una mano e le passa un vecchio plaid marrone congedandola con una sola parola.
– Buonanotte.

Per la seconda volta in due giorni, Angela sta piangendo senza accorgersene.

XV.

A pochi metri dalla porta di Angela, l’unica altra stanza illuminata nel buio del vecchio orfanotrofio odora di vapore e docciaschiuma. Sul letto è sdraiata scomposta una veste da suora. Abbandonati sul pavimento, un reggiseno e delle mutandine di pizzo. Nel bagno, una donna mora ha appena finito di asciugarsi il corpo longilineo. Ora passa una mano sullo specchio appannato e guarda apparire i capelli corvini ancora umidi, la carnagione chiara del viso; e appena sopra il seno, il marchio a cinque punte che in una notte lontana lei e tre uomini ora cadaveri si erano impressi nella carne. Spalanca gli occhi neri e sorride alla propria immagine riflessa:

– Buonasera, Suor Letizia.

La donna congiunge le mani come in preghiera e assume l’espressione pia con cui tutti la conoscono. Poi scoppia a ridere.

– Hai ragione tu, Angela. E’ ora di chiudere questa storia.

XVI.

Seduta in mezzo ai ruderi della sua infanzia, Angela si copre la bocca con una mano. Il suo corpo trema, dagli occhi sbarrati le lacrime scendono a rigarle le guance. I demoni del passato le danzano intorno. Dio mio Dio mio quella faccia butterata dall’acne era su tutti i giornali e alla televisione solo pochi mesi dopo la montagna, era uno degli assassini e io quella notte in albergo non potevo capire ma Cristo poi sono cresciuta e…

…e ho finto con me stessa di non ricordare.

Le immagini del 1985 scorrono nella testa di Angela in vividi fotogrammi.

Io ed Elisa un pomeriggio di quell’estate maledetta giocavamo in giardino e lei

– Angela, lo sai cosa ho fatto stamattina?
– No, cosa hai fatto?
– Ho chiesto a Suor Letizia se è vero che dorme nuda come mi hai raccontato tu!

E poi la notte in cui è sparita Elisa io camminavo sull’erba ed era umida sotto i piedi e c’erano le suore e i poliziotti e la macchina era grossa e mi faceva paura e tutti e quattro avevano gli occhi puntati su di me ma Suor Letizia era stupita e spaventata…

…come se sapesse dove sarei dovuta essere.

E due giorni dopo io avevo l’orecchio sulla porta e l’ispettore parlava con voce greve e

– Suore, ce la stiamo mettendo tutta ma quell’uomo è sparito nel nulla, dovremmo averlo trovato a questo punto, non è la prima volta che diamo la caccia a un assassino ma in questo caso c’è qualcosa…

…qualcosa che non torna. E tu cazzo Angela lo hai sempre saputo.

Tu lo hai sempre saputo cosa non tornava.

XVII.

Suor Letizia solleva il doppio fondo dell’armadio portando alla luce una tunica nera e un grosso coltello da caccia. La suora ripensa eccitata alla notte in cui ha leccato da quella stessa lama il sangue di Elisa, assaporando il nettare di una vergine prima che i ragazzi le dessero una lezione. Una festa divertente, non c’è che dire, nonostante l’assenza dell’ospite d’onore, che poi ha pensato bene di rifugiarsi nella stanza della vecchia cornacchia. E io ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco, con due dei ragazzi morti e uno in galera. Cazzo. Quando la piccola troia ha raccontato la storia della cometa, mi sarei tagliata la gola da un orecchio all’altro al pensiero che gliene avevo parlato proprio io. Il campanile batte le due del mattino. Suor Letizia indossa la tunica facendola scivolare sul corpo nudo, poi afferra il coltello. E’ ora di farti visita, puttana. Ma non ti finirò a sprangate in testa come hanno fatto i ragazzi con la tua amichetta: ti insegnerò parecchie cose prima di lasciarti andare. La suora esce dalla stanza e si incammina lenta per il corridoio, le dita strette sul manico del coltello, gli occhi fissi davanti a sé. Spiacente, non sarai tu a prendere un aereo domattina, cara. Sarò io a volare via, verso qualche isola remota mentre tu marcirai a pezzi nel bosco. Suor Letizia si ferma davanti alla camera di Angela. Dalla soglia non filtra luce. Bene. Apre piano la porta e fa un passo nel buio, poi qualcosa sibila nell’aria e il suo volto esplode di dolore. Il coltello cade sul pavimento e lei crolla a terra, poi la luce si accende e la sagoma di Angela appare nella sua vista annebbiata. Tenta di alzarsi ma un oggetto metallico le schiaccia la gola, la sua voce esce in un rantolo.

– Brutta troia, ma tu non dormi mai?
– Mi sono permessa di prendere in prestito uno di quei tubi, suora. Spero che non sia un problema.
– Mi…mi stavi aspettando stronza maledetta.
– Sì, Suor Letizia. Ti stavo aspettando da ventiquattro anni.
La suora la guarda senza rispondere. I suoi occhi brillano di una luce malata. Il ghigno di una strega si fa largo fra i denti spezzati, dalla bocca esce un rivolo di sangue. Angela alza il tubo sopra la testa e la sua voce risuona nel silenzio del vecchio orfanotrofio, rabbiosa e acuta come il grido di una belva ferita.
– QUESTO E’ PER ELISA!

Epilogo

Febbraio 2010

XVIII.

Angela è sdraiata sul letto nel suo appartamento e osserva il soffitto con un sorriso sulle labbra. E’ stata una giornata piena di emozioni. Stamattina è passata da casa dei suoi genitori a recuperare il piccolo cinghiale di pezza che ora stringe fra le braccia. E’ in perfette condizioni, mamma lo ha curato amorevolmente in tutti questi anni. Nel pomeriggio le ha telefonato il commissario Scalise, per darle conferma definitiva che nessun capo di accusa sarebbe stato formulato contro di lei. Il commissario faceva parte della squadra che aveva trovato Elisa e ha raccontato ad Angela che era stato il suo mitra a stendere l’uomo con la faccia butterata. L’ha salutata dicendole che era stato un piacere comunicarle personalmente la decisione del giudice, e di contattare pure il suo ufficio per qualsiasi problema. Angela si sente stanca, le palpebre si stanno facendo sempre più pesanti. Da quanto tempo non mi faccio una notte tranquilla, Ernesto? Il cinghiale non risponde, probabilmente si è già assopito. Un attimo prima di addormentarsi, Angela pensa che ora è sicura che le stelle siano le bambine del cielo.

XIX.

– Nessun capo di accusa quindi? E’ passata la tesi della legittima difesa?
– Esatto.
– Allora adesso è veramente finita, Scalise.
– Direi di sì, ispettore.
– La vuoi piantare con ‘sto ispettore? Sono in pensione da dieci anni e passo la giornata a giocare a scopa con gli amici e a non farmi beccare da mia moglie con una sigaretta in mano.
– Non ce la faccio, ispettore, è più forte di me.
– Allora io ti chiamo commissario.
All’altro capo del telefono Scalise sorride scuotendo la testa: l’ispettore è in pensione da soli sette anni, ma ha sempre avuto un po’ la tendenza a esagerare. Dalla morte di Suor Letizia, il vecchio ha voluto essere costantemente aggiornato sul caso. Non è mai riuscito a dimenticare la piccola Elisa. Negli anni ’90, quando la prova del DNA cominciava a dare la possibilità di riaprire alcuni casi irrisolti, l’ispettore aveva ottenuto che le prove fossero riesaminate. Ma l’esito era stato quello che tutti si aspettavano: all’epoca del delitto il casolare era abbandonato già da parecchi anni ed era spesso utilizzato da coppiette, tossici e senza tetto. Dai reperti era stato isolato il codice genetico di almeno una trentina di persone di entrambi i sessi.
– Come vuole, ispettore.
– Quando mi vieni a trovare? Con la tua dolce metà e le bambine?
– Presto.
– Certo, dici sempre così e poi non vieni mai! Te ne pentirai quando sarò nella tomba.
– Non succederà per i prossimi trent’anni.
– Sì, sì, prendi pure in giro un povero vecchio. Ora devo andare o mia moglie mi scanna, è già la terza volta che mi chiama per cena.
– Va bene ispettore. Un bacio.
– Un bacio a te, Antonella.

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21 commenti »

  1. bravo.
    sempre avuto dubbi sulle suore
    ;)

    Commento di mantiduzza — 20 febbraio 2010 @ 20:06 | Rispondi

  2. Bellissimo, veramente avvincente, anche se lo dovrò rileggere per mettere a fuoco chi sia Antonella.

    Complimenti! ;)

    Commento di Ifigenia — 21 febbraio 2010 @ 6:52 | Rispondi

  3. Grazie Ifigenia…ma non si capisce chi è Antonella?

    Commento di offender — 21 febbraio 2010 @ 10:15 | Rispondi

    • No… stamattina ho riletto tutto, prima e seconda parte. Ho pensato a chi potessero essere la dolce metà e le bambine. Sarà che leggo sempre la mattina prestissimo o la sera tardi, quando la lucidità non ha ancora fatto capolino o si è già assopita…

      Che so io, potrebbe essere Angela, se fosse rientrata in un programma di protezione e costretta a cambiare identità, ma Angela era stata assolta. E poi, “ispettore”… boh!

      Che facciamo, me lo dici o provo a rileggere una terza volta in ore diurne per concedermi un’altra possibilità prima della resa?

      Devo mettere a fuoco le altre compagne d’orfanotrofio?

      Commento di Ifigenia — 22 febbraio 2010 @ 6:55 | Rispondi

      • Al telefono sono in due: Scalise e l’ispettore. L’ispettore è un uomo, ha moglie. A un certo punto l’ispettore dice: Devo andare. Scalise risponde: “va bene, un bacio”. L’ispettore dice: “a te, Antonella”. L’ispettore sta parlando con Scalise e LA chiama Antonella…

        Commento di offender — 22 febbraio 2010 @ 10:16

  4. no

    Commento di mantiduzza — 21 febbraio 2010 @ 10:35 | Rispondi

  5. bravo…ci sono molti elementi evocativi, e si entra subito in un’atmosfera horror ,o comunque inquietante..
    poi lo rileggo con calma, comunque…avanti cosi’!

    Commento di Zelda — 21 febbraio 2010 @ 10:39 | Rispondi

  6. ottimo lavoro. la seconda parte è ancora più esplosiva della prima (o forse dovrei rileggere tutto insieme).
    comunque molto buono.
    da qui puoi partire e farci un bel romanzo ;)

    Commento di morenafanti — 22 febbraio 2010 @ 11:51 | Rispondi

  7. Grazie a tutti per gli apprezzamenti, vorrà dire che mi dovrò impegnare molto sul prossimo racconto :-)

    Grazie mille!

    Commento di offender — 22 febbraio 2010 @ 12:05 | Rispondi

  8. Ho letto tutto il racconto insieme e tutto di un fiato.
    Molto bello, anche se inquietante.
    Il finale a sorpresa riuscitissimo!
    Il linguaggio “adatto” e misurato, anche se molto evocativo, come hanno già notato.
    Ste, non è una sorpresa, è una conferma: continua a scrivere.

    Commento di Carolina — 24 febbraio 2010 @ 14:03 | Rispondi

  9. Grazie Carolina!

    Commento di offender — 24 febbraio 2010 @ 14:07 | Rispondi

  10. minchia, stasera 3 puntate di csi!!!
    quasi meglio di un racconto di offender!
    e soprattutto più frequente!!!
    ;)

    Commento di mantiduzza — 5 marzo 2010 @ 18:00 | Rispondi

  11. Grazie, cara…

    Commento di offender — 5 marzo 2010 @ 18:16 | Rispondi

  12. eccomi qua..
    ma sei uno scrittore?
    anche a me piace scrivere è nel casetto ripongo spesso delle mie cose,
    che magari se ci frequenteremo via web ti farò leggere
    a presto

    Commento di aurora267 — 14 marzo 2010 @ 18:34 | Rispondi

  13. eccomi qua..
    ma sei uno scrittore?
    anche a me piace scrivere è nel cassetto ripongo spesso delle mie cose,
    che magari se ci frequenteremo via web ti farò leggere
    a presto

    Commento di aurora267 — 14 marzo 2010 @ 18:34 | Rispondi

  14. Ciao e benvenuta! Scrittore è una parola grossa, in questo momento mi manca una storia. Perché non le pubblichi sul blog le cose che scrivi?

    Commento di offender — 14 marzo 2010 @ 18:36 | Rispondi

  15. non so, a volte , ma questo lo facevo sull’altro blog, scrivevo dei temi che poi mi servivano, per vedere un po’ l’effetto,
    tipo amicizie, tradimenti, senso della vita, solitudini, ecc..
    ci scrivevo e poi attraverso i commenti creavo il pezzo mancante.
    La storia c’è solo che scrivere quello che custodisci nel cuore non è facile,
    ma ne riparleremo
    notte

    Commento di aurora267 — 14 marzo 2010 @ 20:48 | Rispondi

  16. devo fotocopiarli, non sono brava a leggere dal pc,
    ho bisogno del foglio, come un tempo…
    a presto allora..

    Commento di aurora267 — 15 aprile 2010 @ 14:13 | Rispondi

  17. Ma insomma, che fine hai fatto? Noi siamo qui che aspettiamo che tu scriva qualcosa! ;)

    Buona domenica, Ify.

    Commento di Ifigenia — 6 giugno 2010 @ 7:19 | Rispondi

  18. non scrivere troppo che non ti sto dietro.

    Commento di mantiduzza — 17 giugno 2010 @ 13:51 | Rispondi

  19. Crowd fund

    Per Elisa (II) | Main Offender

    Trackback di online home business — 22 novembre 2017 @ 13:43 | Rispondi


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